Posted by on 2 Ago 2016 in News

Armida Miserere è una donna in prima linea. Direttrice del carcere di Milano-Opera, ama Umberto Mormile, educatore nello stesso penitenziario. Sfibrati dalla vita ‘dentro’, provano a viverne una normale fuori, dove sognano un figlio e un futuro insieme. Ma una mattina di aprile, Umberto viene affiancato al semaforo e assassinato. Disperata ma ostinata a trovare i colpevoli, si butta a capofitto nel lavoro, accettando, tre anni dopo, di dirigere il carcere di Pianosa. Sfidata dai detenuti e rispettata dai suoi uomini, Armida prova a resistere ai colpi della vita, ignorando chi la giudica e giudica la sua concezione intransigente della detenzione. Undici anni dopo la morte di Umberto, Armida avrà ragione del suo mandante e del suo esecutore ma le ombre gettate sul compagno, su cui il processo scava in modo impietoso, e le continue minacce alla sua persona, che la costringono ad ‘abdicare’ l’Ucciardone, la fiaccano fino alla resa. Il venerdì Santo del 2003, Armida Miserere si suicida, accarezzando l’idea di ritrovare Umberto. Il film, racconta la vita e la morte di una donna che negli anni ’90 , diventa direttore di un carcere per inseguire il sogno di cambiare il mondo e renderlo un posto migliore. A rendere lirica una pagina tanto tragica della nostra storia recente è senza dubbio (anche) la sensibilità dei suoi interpreti. Volti, quelli di Valeria Golino e Filippo Timi, Francesco Scianna e Marcello Mazzarella, che sono veri e propri paesaggi in cui si annidano ombre e preoccupazioni, su cui crescono sogni e illusioni e su cui cresce il film. Un film attraversato da una voglia di bellezza e di giustizia, che alla maniera della sua protagonista non tollera limiti e compromessi. Un film che ci prende alla gola mentre vediamo Armida cedere alla rassegnazione, alla rabbia, alla solitudine e all’ultima scelta, la più estrema e radicale, quella irreversibile. Ma chi era Armida Miserere? Al carcere dell’Ucciardone di Palermo la chiamavano “fimmina bestia” per la sua durezza, ma in Come il vento ci appare anche nelle sue fragilità, triste e tormentata, leale verso le istituzioni ma disperata, straziata dall’uccisione del suo compagno. Le dà corpo, con quelle mani che così spesso cercano riparo in una sigaretta, Valeria Golino, ancora una volta alle prese con un personaggio difficile, ancora una volta pronta a mettersi in gioco. Per uno strano caso, l’attrice incontrò Armida circa un anno prima della sua morte e così rievoca quell’incontro: Armida Miserere organizzava al carcere di Sulmona una piccola rassegna cinematografica per un piccolo gruppo di detenuti interessati e io andai a presentare Respiro di Crialese, meno di un anno prima che lei morisse. All’epoca l’idea di parlare ai detenuti era più forte dell’incontro con questa signora molto cortese e discreta, che senza troppe smancerie mi aveva anche rivelato che le piacevo come attrice, che aveva un debole per me, per questo mi aveva accompagnato sotto, nella rassegna, mentre abitualmente restava in ufficio. L’impressione di lei è come se fosse nata adesso: rivedendo oggi le foto scattate quel giorno mi sorprende la sua apparente fragilità, forse perché era un momento poco prima della sua morte. In una delle due foto scattate io la tengo per le spalle, la sovrasto, e lei mi guarda. Ora mi fa un certo effetto, non solo rispetto a lei ma rispetto alla vita: tutto sembra così caotico ma anche preordinato. La pellicola si chiude con le amare e tragiche parole scritte dalla protagonista prima di suicidarsi :”Auguro vite distrutte così come con tanta leggerezza è stato distrutto quel che resta della mia. Non mi perdono di aver creduto in un sogno non posso perdonare chi quel sogno lo ha distrutto”.