Posted by on 9 Ago 2016 in News

All’istituto psichiatrico Green Manors giunge un nuovo direttore, il dottor Edwardes (Gregory Peck), il quale riesce ben presto a fare breccia nel freddo ed apparentemente impassibile cuore della dottoressa Constance Peterson (Ingrid Bergman). Da qui inizia una idilliaca storia d’amore interrotta però nel momento in cui si viene a scoprire che Edwardes non è chi dice di essere. Egli è in realtà uno psicotico ossessionato dal colore bianco che si è impadronito dell’identità del vero dottore, di cui per altro non si sa più nulla. L’uomo ha del tutto perso la memoria e l’unica cosa che sappiamo di lui è che J. B. sono probabilmente le sue iniziali. Follemente innamorata, Constance deciderà di nascondere il compagno, e attraverso la tecnica della psicoanalisi deciderà di aiutarlo a ritrovare la memoria perduta, cercando di fare luce sulla sparizione del vero primario della clinica. E’ evidente in questo film l’interesse di Alfred Hitchcock per la psicoanalisi e la psichiatria. E’ lo stesso regista a dichiarare: “ La nostra storia si occupa della psicoanalisi, il metodo con il quale la scienza moderna tratta i problemi emotivi delle persone sane. L’analista cerca di indurre il paziente a parlare dei suoi problemi nascosti per aprire le porte serrate della sua mente. Una volta che i complessi che hanno disturbato il paziente, sono stati scoperti ed interpretati, la malattia e la confusione scompaiono e i demoni della sragione sono scacciati dall’anima umana”. Il crescendo emotivo ci consente l’esplorazione di nuovi territori della mente; tutto ruota intorno al concetto di suspence, come attesa di un evento che porta con se una continua angoscia a cui si aggiunge però il sottile autoironico umorismo di Hitchcock che sembra dirci ”Tutto è possibile, e niente dopotutto è così vero e reale”. Sono proprio i sogni e la loro interpretazione ad avere un ruolo chiave nello snodarsi della trama: per creare la disturbante e simbolica sequenza del sogno di Gregory Peck venne chiamato addirittura il pittore surrealista Salvador Dalí, il quale progettò assieme a James Basevi le inquietanti scenografie e una serie di soluzioni che purtroppo non poterono essere tutte quante realizzate a causa della loro natura estrema e per alcune difficoltà tecniche. Nelle intenzioni di Hitchcock e Dalí, infatti, questa parte dell’opera sarebbe dovuta durare circa venti minuti e comprendere fra le altre cose una scena con pianoforti sospesi e addirittura Ingrid Bergman trasformata in una statua di sabbia con le sembianze della dea Diana e completamente ricoperta di formiche. Dalì ha spesso sottolineato come la forte sensibilità simbolista di Hitchcock si avvicinasse, grazie al suo interesse per l’universo onirico, al cuore della visione surrealistica, mettendo l’accento sulla comune radice simbolista ed il forte legame formale che avvicinava Hitchcock non solo a Dalì, ma anche alla pittura di Giorgio De Chirico. Il connubio psicologia- cinematografia funziona perfettamente; il film fu accolto molto bene dal pubblico e dalla critica; la costruzione delle scene è impeccabile, e la definizione degli ambienti è perfetta. Ogni luogo è un piccolo microcosmo che serve per definire i personaggi che lo abitano. A tutto ciò si associa una colonna sonora magistrale; ancora una volta il capolavoro hitchcockiano è servito.