Posted by on 16 Lug 2016 in

“Rivedo mio nonno troneggiare su una grande sedia in vimini, che ora è qui a casa mia, custodita come un cimelio..” Inizia così la nostra chiacchierata con Laura Fabbrizi, nipote del grande Aldo, icona della “romanità” in Italia e nel mondo. “Ricordo i Natali trascorsi nella casa di mio nonno nei pressi di Piazza Bologna, la lunga tavola apparecchiata e poi la cucina, immensa con un’infinità di mestoli, padelle, ma anche tantissimi libri.. ed una grande vetrata che dava all’esterno; la cucina era il suo ufficio, lo studio, il suo posto preferito per studiare i copioni, dedicarsi alle sceneggiature, scrivere poesie”.  Ne emerge la grande generosità, la convivialità di un uomo che al di là di un’apparente ruvidezza di carattere, amava ricevere ed intrattenersi con gli amici, tantissimi appartenenti al mondo dello spettacolo: da Alberto Sordi a Peppino De Filippo, a Totò a cui fu legato da un rapporto di profonda amicizia e stima. Dalla nuova casa di Piazza Bologna, Aldo Fabrizi amava tornare ad immergersi nella magica atmosfera della sua Campo de’ Fiori, dove sua madre aveva gestito il banco di frutta e verdura e dove era nato. Aldo aveva iniziato a lavorare giovanissimo, a soli undici anni, subito dopo la morte del padre; per contribuire al sostentamento della sua numerosa famiglia si era adattato a fare i lavori più disparati; questo spiega certe asprezze del suo carattere, dovute, come sottolinea la nipote Laura, proprio alle difficoltà che sin da bambino aveva dovuto affrontare. Fu un lavoratore serio ed infaticabile tutta la vita, animato da una volontà ferrea. “Era un autodidatta – ci dice il figlio Massimo che abbiamo raggiunto al telefono – aveva letto moltissimo; ricordo che da bambino mi aveva iniziato alla lettura con i libri di Jack London, della quale conosco tutta l’opera. Nell’incendio del nostro ristorante (Avanti c’è posto, situato all’Infernetto), sono andati distrutti migliaia di volumi; erano tutti libri che mio padre aveva letto. Era un uomo abbastanza egocentrico; si metteva in posa sempre al centro delle fotografie – continua Massimo Fabbrizi- ricordo che quando entrava in un ristorante, si intrufolava direttamente in cucina, curiosava tra i fornelli, scoperchiava i tegami, assaggiava le pietanze e dava consigli sul menu. Non sempre però quesi raid erano ben accetti; rammento di quella volta in cui entrò nel ristorante di sua sorella (la Sora Lella, proprietaria dell’omonimo ristorante all’Isola Tiberina) ed il marito, zio Renato, impedì l’accesso a mio padre in cucina, seccato da tutte quelle intrusioni e da quei consigli non richiesti”. Massimo è una miniera d’informazioni, piacevolissimo conversatore, ci racconta aneddoti e ci riporta indietro nel tempo: ai pomeriggi in cui padre, figlio ed i loro amici (tra cui Federico Fellini, che era stato padrino di battesimo di Massimo), erano soliti sedersi ai tavolini del caffè di Via Veneto e si divertivano ad indovinare il lavoro dei passanti. “E più erano tipi strani e stravaganti e più il gioco si faceva divertente, cominciavamo a formulare ipotesi sulla loro vita, sulla loro situazione familiare, sui loro gusti, sui loro pregi e difetti e tutti queste ipotesi erano spunti perfetti per la stesura delle sceneggiature”. Massimo Fabbrizi dai suoi genitori ha ereditato la vena artistica; è autore di oltre 6400 sonetti che ha iniziato a scrivere dopo la morte di suo padre avvenuta nel 1990. “Un giorno mia moglie mi disse, quasi per gioco – Perchè non scrivi anche tu qualche sonetto in dialetto romanesco? – Inizialmente rimasi perplesso, la costruzione metrica di un sonetto è particolarmente complessa, ma ben presto mi stupii della grande facilità con cui riuscivo a comporli”.. A questa mia produzione appartiene anche il sonetto Mi’ padre me diceva, da quasi tutti attribuito erroneamente a mio padre”.

       MI’ PADRE ME DICEVA

Mi’ padre me diceva: fa’ attenzione
a chi chiacchiera troppo; a chi promette
a chi dopo èsse entrato, fa: “permette?”;
a chi aribbarta spesso l’opinione
e a quello, co’ la testa da cojone,
che nu’ la cambia mai; a chi scommette;
a chi le mano nu’ le strigne strette;
a quello che pìa ar volo ogni occasione
pe’ di’ de sì e offrisse come amico;
a chi te dice sempre “so’ d’accordo”;
a chi s’atteggia come er più ber fico;
a chi parla e se move sottotraccia;
ma soprattutto a quello – er più balordo –
che, quanno parla, nun te guarda in faccia.

”La più grande gratificazione per mio nonno è stata l’affetto del pubblico, del suo popolo, quello che aveva magistralmente interpretato in tanti film – prosegue Laura Fabbrizi – a noi rimane l’amarezza per l’indifferenza delle istituzioni a perpetuare il ricordo della sua vastissima opera artistica e letteraria; ad oggi ad Aldo Fabrizi è stata soltanto intitolata una strada a Spinaceto”. Dai racconti sua famiglia, viene confermato il ritratto di un uomo amante della buona tavola,  “Era impossibile fargli seguire un regime alimentare controllato, anche quando le sue condizioni di salute lo avrebbero imposto”- aggiunge la nipote; la passione per la cucina ha accompagnato Fabrizi per tutta la vita, colorando di gusti, di profumi e di colori numerosissime ricette in versi e poesie in dialetto romanesco. Anche per questo, all’insegna della tradizione romana, l’Arena del Trasporto – Polo Museale ATAC- in Via Bartolomeo Bassi 7, che ospita in collaborazione con Arene di Roma, la Rassegna dedicata al grande attore romano, non poteva che essere un tempio dell’enogastronomia. ATAC ha una lunga condivisione dei propri spazi con il mondo culturale cittadino.L’Azienda ha un calendario ricco di appuntamenti in una magica location, che ospita tra l’altro al suo interno un’esposizione permanente di locomotori e tram storici restaurati e sottratti al degrado del tempo. Nell’ambito della  Manifestazione, ieri sera si è tenuta una proiezione speciale, alla presenta dei nipoti Laura ed Alessio, di “Hanno rubato un tram” , anno 1954, di cui Aldo Fabrizi è stato attore e regista.”Hanno rubato un tram” è un piccolo gioiellino del nostro cinema creduto perduto; una copia malridotta venne ritrovata negli archivi della Cineteca di Bologna nel 2004. Rimasterizzata e riportata al suo originario splendore, la pellicola ha ritrovato la luce nel 2005, con la presentazione al festival del cinema di Venezia e la seguente ridistribuzione sul mercato. Un film pertanto meno noto al grande pubblico, che ha in questo magico luogo la sua perfetta cornice. Si continua poi Lunedì 18 luglio con “Mio figlio professore” a firma Renato Castellani con le splendide musiche di Nino Rota e mercoledì 20 luglio con “Roma Città Aperta”, capolavoro del neorealismo. Sul nostro sito in Arena Piramide il programma completo fino al 31 luglio.